Editoriale: Cose che difficilmente accadono quando si investe nei podcast

Una ventina di anni fa avevo letto che secondo un sondaggio del 1963 il 36% degli americani riteneva che la televisione fosse il mezzo più veritiero nel dare informazioni, il 24% che fosse la stampa. 

Questa informazione mi aveva colpito, perché la televisione era un mezzo relativamente recente all’epoca, ma aveva la forza di entrare con immagini e audio nella case delle persone, nei loro salotti, affidandosi a qualcosa di cui difficilmente avrebbero dubitato: la loro esperienza personale, o meglio l’illusione di fare esperienza diretta dei fatti.

Del resto avevano visto le immagini dell’attentato a JFK e dell’omicidio di Jack Ruby. Come dubitare di ciò che vedevano con i propri occhi?

Il senno di poi è una scienza esatta, diceva qualcuno, quindi per noi, che abbiamo sentito parlare in ogni salsa di complotti, manipolazioni e segreti di stato, credere a qualcosa per il solo fatto che “l’ha detto la TV” sembra molto ingenuo. 

Ma cinquant’anni fa?

Stamattina stavo leggendo Questioni d’orecchio, la newsletter di Andrea F. de Cesco che è un punto di riferimento per chi si occupa di podcasting, a cui collaborano, tra gli altri, gli amici Davide Panza e Mirko Lagonegro di MDE – AUDIO STRATEGY.

C’erano due notizie che non ho potuto fare a meno di mettere insieme a questa da cui sono partito.

La prima è che, stando a una ricerca che trovate qui, alcuni dei più seguiti podcast a tema politico degli USA, sono di fatto uno dei principali strumenti di diffusione di notizie false o infondate

È una ricerca molto interessante che punta il faro su una questione che è vitale – o almeno lo è stata fino a oggi – per il settore: la libertà di parola. In buona sostanza, da un lato c’è il buon senso che dice che bisognerà quanto meno trovare un modo per segnalare che delle notizie sono prive di fondamento; dall’altro, la possibilità di parlare di cose che non potresti affrontare in altri contesti è uno dei fondamenti del podcasting. È un bel dilemma no?

L’altra notizia dice che, stando a una ricerca realizzata in collaborazione da Acast e da WAIR, il podcast è percepito dalle aziende come lo strumento che meglio garantisce la brand safety (83%, contro l’81% della radio). 

Cos’è la brand safety?

È, letteralmente, la sicurezza del marchio durante la pubblicità online: in termini reali, ciò significa evitare di posizionare annunci accanto a contenuti inappropriati.

Inappropriato è un termine molto generico, perché per un brand di prodotti vegani è inappropriato uno show sulla carne; per un brand di giocattoli per bambini lo è un podcast che parla di armi vere etc. 

Ecco, questi sono esempi di cose che difficilmente possono accadere quando si investe in pubblicità con i podcast. 

Come mai?

Come mai le piattaforme audio (podcast e radio) hanno questa ottima reputazione? Come si sono guadagnate questa fiducia?

È piuttosto semplice da dire: i podcast sono fortemente targettizzati proprio rispetto agli argomenti e al Tone of Voice. L’affinità tra il brand e il podcast è il requisito fondamentale perché questo “matrimonio” si celebri. E, se le piattaforme di programmatic stanno lavorando per migliorare sempre di più queste capacità, gli host read, le brand mention e i contenuti branded non possono prescindere da questo requisito.

Tanto che perfino i brand “tabù”, cioè quello che normalmente non investono in pubblicità che non siano del tipo display o remarketing, come i produttori di sex toys per esempio, possono invece prendere in considerazione i podcast.

Tutto ciò, però, si basa anche su quel principio della libertà di parola su cui abbiamo fatto la nostra mezza riflessione poche righe fa: la libertà di parlare di sesso in modo esplicito – così come di altri contenuti – che sarebbe impensabile in altri contesti, è sacrosanta nel podcasting ed è interesse di tutti che resti tale.

Ve lo dicevo o no che è un bel dilemma!?

Ci leggiamo mercoledì. Have a good listen!